BUONA PASQUA (CHE?)

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Fra le tante cose che non sopporto ce n’è una in particolare: gli auguri a raffica sul cellulare per le festività.

A Pasqua inizia la scarica di sms con uova, uovette, uovine, galline che cacano uovette pasquali, coniglietti, colombe, colombe che cacano sui conigli, quest anno si è aggiunto il tema coronavirus: uova e conigli con mascherine, uova di cioccolato che inseguono col martello un coronavirus spaventato (mentre a me sembra molto l’opposto).

E poi gli auguri, quelli inviati a tutta la rubrica: “tanti auguri a te e famiglia” (che quello capace ha perso la mamma il giorno prima), “trascorri delle feste felici” (che sei ricoverato con la polmonite), “che questi giorni di festa tu possa provare tanta serenità e riposo” (che sei smontato dalla notte, sei di guardia per pasquetta, reperibile la notte e torni a casa e ti accorgi di aver lasciato le chiavi di casa in ospedale).

Poi c’è il tema religioso: sms con candele accese e un augurio alla resurrezione, che lo sta inviando un tizio in fila al supermercato mentre da due ore tira giù tutti i santi del paradiso perché la fila è troppo lunga. Magari arrivasse un messaggio religioso vero, sentito, parlato e non copiato, anche se non condivisibile per un non credente. Che poi d’altronde la Pasqua è una festa religiosa.

Perché poi, alla fine, è sempre la solita cosa che non sopporto: l’ipocrisia. E per me gli auguri generalizzati sono il simbolo supremo dell’ipocrisia. Ma auguri di che? Che è una Pasqua di merda con una pandemia che decima la popolazione mondiale, siamo tutti chiusi in casa a ingrassare come maiali mentre facciamo pane, pizza, dolci per passare il tempo. C’è gente che ha perso il lavoro e non dorme la notte, un paese economicamente sul lastrico. Che se ti va bene non t’ammali, se ti va benino t’ammali ma non muori, se ti va male muori. Ma Buona Pasqua di che?

Ecco io vorrei un grande SMS di risposta, un SMS gigante con quella barzelletta che mi ha sempre fatto tanto ridere: c’è Gesù sulla croce e le pie donne disperate ai piedi della croce: “Gesù Gesù…dicci qualcosa” e lui si limita a scuotere la testa, “ti prego Gesù dì qualcosa” insistono le pie donne. La barzelletta va avanti un bel po’ e alla fine Gesù dice “che Pasqua di merda”.

Che secondo me ci ride tanto anche Gesù su questa barzelletta…

Perché se proprio vogliamo inviarci qualcosa, dovremmo inviarci  battute, quelle vere, quelle che ti ci metti a ridere con le lacrime e non riesci a smettere, quelle che ti va via il fiato tanto che ridi come i bimbi piccoli quando si fanno male e vanno in apnea per minuti interi che nel frattempo hai chiamato il rianimatore; dovremmo inviarci pezzi di noi, dovremmo farci ridere, o piangere, con gli sms, dovremmo avere il coraggio di essere quello che siamo, vuoti o pieni o a metà, dovremmo sfruttare questa grande, enorme occasione che ci è piombata addosso con uno starnuto di qualche cinese che ha mangiato due pipistrelli in umido qualche mese fa, per sgretolare questo muro di inutili e patetiche convenzioni ipocrite che parlano da sole. Mai cosi forte come adesso.

Buona Pasqua. Ma Buona Pasqua che?

Pensiero Magico

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All’incirca ogni due anni vado a trovare una maga. E’ una persona coltissima, ha scritto vari libri sull’astrologia , la kabbahlah ebraica, i tarocchi e le grandi tradizioni esoteriche.

Ha un approccio che farebbe impallidire uno psicanalista.

Ha una proprietà di linguaggio impressionante.

La prima volta che ci sono andata però, non sapevo niente di tutto ciò, me l’aveva semplicemente consigliata una cara amica di cui mi fido molto. La prima volta, ci sono andata e basta.

Quando arrivai nel suo appartamento mi sono ritrovata in una casa assurda, maleodorante e disordinata, al limite del disagio. Lei, una tipa strana, logorroica, bizzarra, con capelli troppo lunghi e incolti per l’età e una ricrescita inquietante . Ma, appena iniziò a parlare, si rivelò decisamente magnetica.  Magnetica nel modo in cui guardava, in cui ascoltava, in cui agganciava il mio sguardo.

Non so perché, da allora, sento il bisogno di andarci regolarmente. In fondo io sarei una donna di scienza.

Probabilmente è perché ho un concetto di scienza molto ampio. La scienza non può spiegare tutto, anzi, alla fine spiega molto poco. La scienza non spiega l’amore, quello vero, non spiega perché due persone che sono state insieme 80 anni muoiono a distanza di due giorni uno dall’altra, non spiega malattie incurabili che si curano, non spiega chi si lascia morire con un corpo sano. La scienza non spiega un’infinità di cose. Per tutto l’inspiegabile basterebbe semplicemente accettare che una spiegazione non c’è. Ma siccome l’accettazione è forse una delle attività più difficili per l’essere umano, ci rifugiamo nelle religioni o nella magia.

Ed io, quando posso, mentre alleno l’accettazione, sgattaiolo nella casa maleodorante della maga.

Eppure, mai come quest anno, la visita alla maga mi è stata consolatoria.

A gennaio ero li.  Prima che nel mondo si sapesse ancora del Coronavirus , io salivo quella rampa di scale e mi mettevo a sedere su una sedia di legno in un salotto pieno di libri di un accumulatrice seriale.

A gennaio, quel giorno, dopo un fantastico massaggio thai di qualche ora prima, in quel salotto invaso da uno strano sole caldo invernale, facevo domande sul lavoro, sull’amore, sulle storie passate, sulla fiducia. Poi, prima di andarmene, mentre ci salutavamo, fu come un impulso proveniente dall’ esterno. “La salute” chiesi. “Dimmi della salute”. Mi fece rialzare le carte a metà. “tutto bene Valentina”. “sei sicura?” “si, le carte sono chiare, tutto bene”.

7 Aprile 2020. Devo ringraziare la maga se, da un mese a questa parte, riesco a mantenere la calma. Devo ringraziare quelle carte logore se, oggi, non mi lascio prendere dalla disperazione, passando da un reparto a un altro, vedendo pazienti più giovani di me che respirano male quasi senza accorgersene e si ritrovano intubati, chiedendoci di non farli morire perché hanno figli piccoli, devo ringraziare la magia, se non vedo mio figlio da più di un mese e evito di pensare a quell’ultimo giorno che l’ho visto e che potrebbe davvero essere l’ultimo.

Si, non ringrazio l’idrossiclorochina, il remdesivir, il lopinavir, il ritonavir o il ruxolitinib. Io ringrazio la maga e il meraviglioso pensiero magico, ringrazio quella bambina che è in me e che non mi lascia mai. E quando mi sento persa rivedo quella scala e quella donna bizzarra con la ricrescita (che adesso non si nega a nessuno) che mi ripete “si, le carte sono chiare, tutto bene”.

Smettetela di chiamarci eroi

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Sono una nefrologa dell’ospedale di Livorno. Lavoro in ospedale ormai da 15 anni, la maggior parte dei quali proprio nell’ospedale di Livorno che ormai è un po’ casa mia.

Conosco tutti e quasi tutti ormai conoscono me, anche se molti ancora mi chiamano “signorina”, e, ohime nemmeno più signorina ma” signora”, perché il tempo passa per il mio aspetto, ma non per i pregiudizi culturali.

Scrivo questa lettera a titolo personale ma sapendo che parlo a nome di molti medici e infermieri.

Smettetela di chiamarci eroi. Smettetela di ringraziarci. Smettetela con i cartelli fuori dell’ospedale per noi . Smettetela con le iniziative vergognose e umilianti di chiederci di farci le foto in servizio con l’hastag #CiPrendiamoCuraDiVoi

Noi siamo sempre gli stessi. Siamo quelli che fino a due mesi fa avete assalito, offeso, aggredito, umiliato. Siamo sempre i soliti che ci facciamo in quattro . Lo abbiamo fatto fino ad ora: quando un collega si ammala copriamo il suo turno, se se ne ammalano due ne copriamo due, se se ne ammalano tre ne copriamo tre, senza straordinari, con le ore in più che ci tagliano ogni 4 mesi; siamo quelli che veniamo a lavorare malati, ingessati. Gli infermieri fanno notti consecutive senza recuperare. Sapete cosa vuol dire passare una notte intera in piedi? Spesso con ricoveri, urgenze, ma anche se una notte è tranquilla (che tranquille tranquille non sono mai). Sapete cosa significa vivere tra i puzzi, tra la diarrea, nel vomito, tra le urla degli anziani che in ospedale si disorientano? Immaginatevene due di seguito. Da noi gli infermieri lo fanno se un collega è malato. Non abbiamo sabati sera, domeniche, feste, ponti. Non ci possiamo sognare mai di unire due festività. Devi baciare per terra se te ne tocca una. Veniamo in reperibilità, svegliati alle tre, alle quattro di notte, da sempre, senza mai fiatare, magari perché tizio è stato a una festa e ha esagerato e va dializzato d’urgenza. Non stacchiamo mai. Ci telefoniamo sempre a casa fra colleghi:” avrò fatto bene? Mi sono dimenticato di vedere gli esami di tizio….controlla a che velocità ho messo questa flebo, c’era casino magari ho sbagliato”. Ci telefoniamo, ci messaggiamo quando dovremmo stare tranquilli a casa con i nostri cari che, sapete, abbiamo anche noi. E anche loro si ammalano, anche loro muiono. Anche noi ci separiamo. E noi continuiamo a venire a curarvi, a sentire i vostri sfoghi, a vedere le miserie umane, e le bellezze umane, ogni giorno.

E quindi si anche noi sbagliamo. Si sbagliamo. Con una piccola differenza: che non possiamo permettercelo. Mai. E se lo facciamo (ma spesso anche se non lo facciamo) ci denunciate

Siamo gli stessi che aggredite quando la mamma di 96 anni muore, e spesso ci fate causa, come se le persone non dovessero mai morire

Siamo gli stessi che offendete in ambulatorio urlando perché non possiamo assicurarvi una visita in tempi brevi, come se fosse colpa nostra e non di chi l’intero popolo vota e accetta da sempre come pecore.

Siamo gli stessi che offendete perché il parente non reagisce a una terapia, o perché ha sanguinato dopo un intervento, o perché respira male magari dopo che ha fumato 40 sigarette al giorno per 40 anni.

Siamo gli stessi che aggredite in pronto soccorso dove andate anche solo perché vi s’è scheggiata un’unghia e pretendete tempi rapidi e soccorsi impeccabili, e soprattutto gratuiti.

Siamo gli stessi che minacciate IN CONTINUAZIONE di denunciare. Siamo gli stessi che denunciate in continuazione.

Siamo quelli a cui scaricate i vostri genitori anziani perché non vanno d’intestino e fate pagare alla comunità migliaia di euro di un ricovero perché col cavolo che pagate 30 euro un infermiere per fare un clistere a casa , perché voi avete diritto. Tutti hanno sempre diritto. Diritto a non pagare mai un euro di più, diritto a non aspettare, diritto a essere visti sempre dallo stesso medico, diritto ad avere infermieri perfetti, medici perfetti mai adirati, mai stanchi, non solo bravi ma anche gentili.

Siamo quelli di cui non vi fidate perché su internet c’è scritta un ‘altra cosa

E’ vero la mia categoria è a volte indifendibile. Ci sono gli avidi, i menefreghisti, i boriosi. Ma non sono tutti cosi. Lo zoccolo duro della categoria NON E’ COSI. La maggior parte dei medici che lavorano lo fanno per missione. Lo fanno perché lo abbiamo scelto, perché ci piace la medicina, perché ci piace aiutare. Quelli sono i medici. Gli altri sono le mele marce come ne esistono in tutti i lavori, nessuno esclusi.

Eppure ci avete tolto tutto, ci avete tolto i sussidi, le forze, il rispetto, ma soprattutto ci avete tolto, l’entusiasmo, la passione, la trasparenza. Ci avete reso stanchi, cinici, abbrutiti. Certo è stata la politica, le nostre classi dirigenti, le nostre ineffabili direzioni, ma siete anche voi utenza. Perché tutto alla fine poi passa di lì. Quello scambio finale, quello tra medico e paziente è quello che alla fine ti fa ridere o piangere.

Per cui non chiamateci eroi per favore. Perché noi non siamo cambiati. Noi siamo gli stessi di due mesi fa. Siete voi che negli anni siete cambiati.

L’armatura

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Ogni settimana faccio ambulatorio. Prime visite. Persone mai viste.
È un po’ come fare un viaggio o andare al cinema a vedere un film per la prima volta. Non sai bene cosa ti aspetta. Non sai come ti sentirai dopo, non sai se prevarrà la frustrazione o la tenerezza o la tristezza o L’entusiasmo . Ogni settimana entro in qualche animo nuovo e mi guardo attorno.
Sono anni che visito le persone ma prima non mi interessava entrarci dentro. Prima ero concentrata sui numeri, sulle loro parti meccaniche, sugli organi,  ma anche sulla forma, sull’educazione, sulla simpatia o antipatia. Prima ero occupata a difendermi. Dalla mia timidezza, dalla necessità che riconoscessero che sono brava, dalla mia poca stima. Ora non ho più paura. Ho sempre quell’armatura alle 8.00 del martedì, perché ce L ho cucita addosso come una pelle di serpente che si rigenerera la notte,  ma verso le 8.30 ho già tolto l’elmo e gli spallacci e i cosciali, e piano piano non c è più niente a schermarmi. Così mi affaccio, nuda, dentro le persone. Persone diverse, brutte, belle, vestite bene, male, maleodoranti, grasse, magre, sudate.
Ed è strano come solo da poco abbia imparato ad accendere le luci. Fino a poco tempo fa entravo al buio, luci spente, finestre stoppinate. Non guardavo niente , sentivo odore di chiuso, odore “di casa” come dice la mia collega,  e scappavo via il prima possibile. Ora ho imparato a accendere la luce, a entrare lentamente, e non ho più paura ne freddo. E quando sono dentro apro le finestre e ogni volta, immancabilmente, riesco a vedere anfratti nascosti che contengono piccole cose preziose, mobili di valore sotto la polvere di questi animi stanchi.
Così ho visto il bel ragazzo biondo che cerca di sentirsi grande e non vuole la mamma accanto durante la visita, perché da quando ha 7 anni che gli bucano i reni e piscia sangue e va ogni mese all ospedale, e solo dopo scopro che il babbo è morto quando aveva due anni e immagino questa mamma sola che teme di perdere anche il figlio e che ora non riesce a lasciarlo andare perché quella paura è un po’ come la mia armatura, ricresce ogni notte, appena ti addormenti.
E ho visto una donna stanca di accompagnare il babbo novantenne alle visite e che pensa che alla fine si può anche morire a una certa età, ma non si può tanto dire, ma a me lo puoi dire sai cara donna stanca perché io lo so. E la donna stanca ha iniziato a scrivermi ricette di cucina mentre io visitavo il babbo e non vedevamo l’ora di parlare di quelle. E finalmente giù dopo a parlare di lasagne con spinaci e pomodorini, o di trippa o di pasta al forno fatta coi “nodelli” delle tagliatelle.
E ho visto il ragazzo giovane che sembra un norvegese ma credo sia del quartiere la leccia, che ha una leucemia da 10 anni e lo vedi subito che è un fumino e appena glielo ho detto ha lasciato andare il piglio, perché poteva finalmente non combattere, non in quel momento, non in quella visita.
Ho visto tante altre piccole cose preziose, polverose, mezze rotte ma colorate , sotto quel dolore che copre sempre un po’ tutto. Poi ho rispento la luce e sono uscita. Fino al prossimo martedì.

Il pullman

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Il martedì ho ambulatorio e certi ambulatori sono davvero una finestra sull’umanità labronica.
Tipo oggi, mi sa che si era fermato un pullman di “sono parecchio bizzarro” fuori e sono tutti confluiti nel mio ambulatorio.
Il primo pareva un serial killer. Secondo me era un serial killer. Un serial killer con un lieve screzio renale. Parlava a rilento. E si bloccava ogni volta che veniva interrotto, un po’ come un professore vecchio stampo, che incute terrore solo con lo sguardo e con i tempi giusti.
È difficile spiegare questa cosa. Ma ogni volta occorre fare uno sforzo particolare per non considerare chi si ha davanti un essere umano bensì un paziente. La distinzione è fondamentale. Perché un paziente per definizione non è né simpatico né antipatico, né piacevole né spiacevole, né bello né brutto. È un paziente. E basta.
Invece lui era profondamente antipatico, scontroso e decisamente inquietante. L’unica cosa che riuscivo a pensare è che lo volevo fuori dalla mia vista.
Così ho premuto il pulsante DOTTORE nel mio ippocampo e ho cambiato modalità.
Ho lasciato che i suoi modi fluissero come in un racconto, ho lasciato che si sfogasse, ho permesso al SUO rancore di trovare un piccolo spazio dove incanalarsi e sono arrivata in fondo.
Non so come so fare questo. Lo so fare e basta.
A volte penso che quello che io reputo una dote in realtà sia solo l’anticamera di una strage; magari un giorno prenderò un mitra e sparerò sulla folla come quel film “un giorno di ordinaria follia” con Michael Douglas.
A volte penso che invece potrei riuscire persino ad evitare che qualcuno spari sulla folla.
Ok lasciatemi un minimo di auto esaltazione….
Insomma dal pullman sono scesi parecchi altri personaggi curiosi.
Uno che ripeteva continuamente “ce l’ho ,ce l’ho” a qualsiasi mia richiesta del tipo “che medicine assume?” o “ma le ultime analisi come sono?”
Sembrava quando eravamo piccini e ci scambiavamo le figurine Panini. CELO MANCA.
Poi è arrivato l’aggressivo maleodorante. Così maleodorante che ho dovuto aprire la finestra con 5 gradi di temperatura esterna e lui che mi chiedeva perché tenessi la finestra aperta. Ha raccontato di quando ha buttato via l’apparecchio della pressione alla moglie perché se la misurava troppo spesso, di come lei gli rompe per il mangiare, di come si vive una volta sola e bisogna godersela. E più nominavo il suo colesterolo , più lui mi raccontava di come mangiava volentieri il grasso del maiale che la moglie “pesa” scartava. Vabbè credo che la moglie se lo ricomprerà presto l’apparecchio e che nessuno glielo butterà più via…
C è stato il mitomane che mi ha raccontato di essere stato molto intimo con Brigitte Bardot , Edwich Fenech e altre ancora che scorrazzava con la sua Ferrari.
Non devo aggiungere che ognuno di questi mi chiamava SIGNORA vero?
Ognuno di loro.
Poi però , alla fine, una gentile e minuta novantottenne (si ho detto novantottenne!) è entrata nell ambulatorio. Con le sue gambe. Mi sorrideva, cercava rassicurazione nei miei occhi anche se aveva la forza di un età che non si può stupire più di tanto.
E quando le ho detto “ma perché L hanno mandata qui? Sta meglio di me!”
Mi ha risposto “poveretti, si vede che volevano essere gentili”.
Ecco. A volte alla fine di un pullman di strani e puzzolenti arriva un passeggero che ha sbagliato corsa  e ti parla di gentilezza. Dopo novantotto anni di chissà quanti pullman…

I’m back

Eccomi, ci sono, sono tornata.

E’ passato molto tempo lo so, e d’altronde a volte occorre tempo per ritrovarsi, ritrovare la voglia di leggere e soprattutto la voglia di scrivere.

Bello tornare e scrivere per se stessi, come se non ci fosse un domani, ma soprattutto senza aspettarsi che nessuno ti legga.

Allora lettori immaginari, ho pensato che nei prossimi giorni avrò voglia di raccontare un po’ di aneddoti di tutti i giorni. Di tutti i miei giorni. Sta per partire la mia nuova rubrica: appunti di una giovane “signorina”: racconti di un medico donna nel 2018.

Per chi non mi conoscesse (cioè tutti) il mio leitmotiv che mi porterà alla tomba è che nessuno mi chiama mai dottoressa. Nel 2018 in Italia, in Toscana, infatti una donna medico è una “signora” o “signorina” non una dottoressa. Per qualche strano motivo, a me questo accade più costantemente che alle colleghe, ma di questo ne parleremo un’altra volta.

Per l’appunto sono smontata da poche ore dalla notte e le notti in ospedale, si sa, sono sempre foriere di mille spunti per qualche riga.

Ieri notte, mentre già la neve aveva imbiancato vialetti e auto parcheggiate all’interno dell’ospedale, mi chiamano dal pronto soccorso per una consulenza. Così mi imbacucco che paio un serial killler candidato al golden globe e vado. Il mio reparto è distante dalla maggior parte delle unità operative e pertanto occorre fare un pezzo all’esterno oppure passare da un tunnel ove ci sono altri colleghi (serial killer intendo) candidati al globe , o potrebbero esserci, o comunque il camminarci di notte diciamo che non viene esattamente consigliato come attività per donne sole.

Insomma arrivo al PS, faccio la mia consulenza e, accanto a me sento la collega cercare qualche psichiatra per un carcerato che aveva ingoiato due pile.

Ho lavorato in carcere appena dopo la specializzazione, come “signorina” ovviamente. Un periodo intenso emotivamente e professionalmente, che mi fece scoprire un’umanità e una realtà che altrimenti non avrei conosciuto facilmente. Una medicina che funziona all’incontrario: non devi ascoltare cosa riferisce il paziente per capire cosa ha, ma se il paziente ha davvero quello che dice di avere; un posto in cui è difficile entrare tanto quanto uscire; un ambiente in cui devi filtrare sempre ogni racconto, ogni emozione e devi lavorare senza sapere chi stai curando perché un medico cura senza giudizi ne pregiudizi. Tutte cose che servono molto più fuori del carcere ma che in carcere hai modo di imparare bene. Insomma i tentati gesti autolesivi in carcere sono comuni e spesso servono solo per protesta o per uscire di lì.

Lo stupore infatti non mi è venuto dal carcerato ma dallo psichiatra. I colleghi psichiatri non smetteranno mai di stupirmi. Vivono in un mondo tutto loro, secondo criteri tutti loro, parlano una lingua loro e si muovono persino in un modo tutto loro. Intuivo dall’andamento della telefonata che lo/la psichiatra continuava a chiedere alla collega del PS se secondo lei era una cosa normale l’ingestione delle pile (cioè un atto da inquadrare in una quasi “abitudine” dei carcerati) o se potesse sembrare uno che voleva davvero suicidarsi. Ci mancava se avesse voluto sapere se le pile erano ricaricabili…Forse chi non è del mestiere non sviene come stavo per fare io di fronte a una domanda del genere ma, ecco, mi verrebbe da dire che ci sarebbe voluto uno psichiatra per rispondere a quella domanda.

Ma d’altronde, che ne so io,  sono solo una signorina.

Dollari e ottovolanti 

  
Mi trovo in una clinica privata per motivi familiari. Vedo dottori che si aggirano con aria sapiente, si sentono importanti. Si riempiono la bocca di paroloni poco armoniosi. Il segno del dollaro nei loro occhi come paperone. Vederli da lontano, li rende così piccoli e meschini. Li guardo e non sanno che conosco ogni sfumatura di questo mestiere, ma di quello vero, quello vissuto in ospedale e non nel privato o in università, ove gli specializzandi ti fanno tutto, persino metterti la carta igienica sul water così che ti appoggi quando devi pisciare. Ragazzi a cui si sentono di non dovere nulla, tanto meno insegnare, anche perché per insegnare spesso bisogna sapere. E pochi sono professori, con la P maiuscola,soprattutto tra i baroni. 

Pensavo che io credo nella sanità pubblica. Ci credo dopo tutti questi anni. Ci credo nonostante le miserie e gli episodi di malasanità che vedo accadere. Non biasimo certo il collega onesto che fa un po’ di intramoenia. Certo non lo fa per arricchirsi. Ma è inconcepibile questa monetizzazione, come avviene qua dentro, senza confini, di una professione come la nostra. Perché la Medicina ti avvolge e ti trascina giù come su un ottovolante. Ti fa sentire la paura e l’ebbrezza. Ti fa venire la nausea ma non vedi l ‘ora di farti un altro giro. Tocca ogni sfera, umana e sociale, ti fa annusare la miseria, la paura, la fragilità, senza filtri ne mascherine per il naso. Io credo nella sanità pubblica. Credo nel diritto di ognuno di ricevere le cure migliori. Nel diritto di morire con dignità e di vivere con dignità. Sarà per i maestri che ho avuto e che ho. Per i quali non si è mai abbastanza bravi, né attenti, né scrupolosi. Fino a che ti rendi conto che a forza di insegnarti, non sai più scendere dall’ottovolante. 

San Valentino… Balliamo!

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Questa cosa che , il giorno di San Valentino, si balli per il One Billion Rising, ovvero la campagna contro la violenza sulle donne, fondata da Eve Ensler, che ha l’obiettivo di raggiungere un miliardo di persone, è semplicemente brillante.
Il fatto di festeggiare l’amore combattendo la violenza contro le donne secondo me è geniale .
Proprio perché spesso chi compie violenza contro le donne è convinto di amarle e chi la subisce, a sua volta, è spesso  convinta di essere amata. È un mondo contorto, in cui niente è in bianco e nero, in cui ci sono mille sfumature di grigio, in cui l’odio e il possesso mascherato da amore si mischiano e nessuno ci capisce più nulla. Mentre è tutto così semplice. Quando si ama non si è violenti. Così come l’asciugatrice che ha il compito di asciugare. E se non asciuga è rotta (mi riferisco a un mio vecchio post in cui un tecnico della Miele voleva convincermi che la mia asciugatrice non fosse rotta benché non asciugasse).
E, proprio oggi, continuo a pensare alle donne. Compresa quella donna che ha ucciso il suo bambino di 6 anni e poi si è suicidata. Continuo a pensare a questa donna. A quello che deve aver vissuto, lasciata sola da tutti, e che deve aver attraversato un inferno che io non riesco neppure a immaginare.  Perché per uccidere tuo figlio occorre essere in fondo a un abisso così profondo e freddo e senza appigli;  perche per uccidere tuo figlio di 6 anni, quando lo fai è perché tu pensi solo di salvarlo così, e se pensi di salvarlo facendolo morire, vorrei sapere chi le stava accanto come ha fatto a rendere il suo inferno di ghiaccio.

L’esercito silenzioso

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Per me è sempre molto difficile difendere la categoria dei medici. Perché in effetti, quando mi guardo intorno, ci sono molti medici ignoranti, avidi, avidi e ignoranti insieme (caratteristiche spesso comprese nel pacchetto). È difficile difendere la categoria lo so. È difficile perché si sbaglia tutti, sbagliano anche quelli bravi e a volte uno sbaglio per alcuni di noi significa morte. Ed è imperdonabile lo so. Io quando lavoravo a Londra misi uno dei miei primi cateteri venosi giugulari a una ragazzina che per poco non morì. In realtà non rischiò la vita per colpa del catetere ma perché ebbe una reazione allergica che le fece gonfiare la gola e li per lì sembrò un sanguinamento causato dal mio atto che le comprimeva la trachea. Ma cambiò poco. Io non sapevo farlo e avrei potuto benissimo causarle un danno. E molti altri atti impropri fatto da me sono seguiti, salvata solo dal fatto che 1) io non mollo mai 2) io non mi vergogno mai di chiedere aiuto, mai!!!. (E forse , 3) dal fatto che ho e ho avuto maestri d’eccellenza sia professionalmente che umanamente).
Ci sono colleghi a cui è sfuggito un esame (dico un esame!) con conseguenze letali. Sono cose che succedono purtroppo. A tutti.
E non ci si può giustificare dicendo “ma sapete che cosa proviamo noi? Sapete che significa quando in quelle inutili specializzazioni create solo per dare cattedre a baroni spocchiosi e inutili non ci insegnano nulla e poi improvvisamente ci troviamo specializzati e sbattuti in una corsia a gestire qualsiasi cosa senza casco ne cinture di sicurezza? Sapete quante umiliazioni viviamo di continuo nei fallimenti, nei frequenti rimproveri in un mondo gerarchico come quello ospedaliero, e nelle critiche di utenza e colleghi? Sapete come ci si sente a respirare morte e malattia e sofferenza ogni giorno? Sapete come si sopporta l’impotenza di fronte all ineluttabilità, alla povertà, al disagio,alla solitudine? E sapete come ci si sente davanti al cinismo che giorno dopo giorno dobbiamo costruire dentro di noi per non soccombere?
Sapete come ci si sente a lavorare con ostacoli continui burocratici, con tagli perpetui e ineluttabili, con carenza di personale, con malumori, con il fiato sul collo di chi ha paura di perdere un parente e diventa irrazionale perché è così, è umano, ma anche di chi vede il guadagno di parenti vecchi e lontani che forse possono ancora fruttare qualcosa, perché l’umanità è varia? Sapete come ci si sente di fronte a governanti che decidono con la scure o con la strategia politica del momento, tanto loro, perdonate il qualunquismo che non sarà mai abbastanza vero, se si ammalano vanno a farsi ricoverare dar mejo e ner mejo..??”Lo so, sono problemi nostri. Abbiamo scelto noi un lavoro così e i problemi rimangono fuori. E così devono rimanere fuori le nostre vite, i figli, che ci siano o no, malati o sani, i compagni o le compagne che ci siano o meno, che rimangano, che vadano, che a volte non ti alzeresti dal letto e invece, quel giorno, ti aspetta il signore anziano che ti racconta di come è morta sua figlia pochi giorni prima. Quest’umanità che ti risucchia ogni giorno, senza anestetico. Ma non è per gli sbagli che non riesco a difendere la categoria. È per la pletora di medici arroganti, “saponi” (come dico io che poi significherebbe presuntuosi), pieni di se, avidi nel portafoglio e nell’animo, scansafatiche, meschini. A un medico non si perdona . Ed è giusto. È giusto non perdonarglielo. Ma poi, riallacciandomi a quello scambio di lettere con Gramellini che gira su FB, esiste un esercito di medici silenziosi che merita che io giustifichi questa categoria. Medici di tutti i tipi, razze, nazionalità, che davvero vorrebbero solo fare il Medico con la M maiuscola. Non parlo di me. Cioè, anche di me. Perché io sono timida. E la timidezza a volte mi fa sembrare seria o arrogante.
Ma è solo timidezza. Poi certo sono anche stanca a volte, e sbaglio, molto, e sono labronica talvolta nel senso di “fumina” e cinica e si, anche stronza ok; ma, anche se poco,con un basso grado, senza modestia, mi sento anche io parte di quell’esercito. E voglio poterlo difendere. A dispetto dei medici incompetenti e arroganti. Sono molto più nemici di noi quei medici che dei pazienti. Vi assicuro.

Supermercati e Supersnob


Sto guardando “Che tempo che fa” di ieri sera registrato (cioè con my Sky hd dato che io i comfort ce l’ho tutti, in ordine alfabetico, o meglio alla F mi manca ancora il frigo per cosmetici, alla M il materasso massaggiante i trocanteri e soprattutto alla S lo sventilatore umano che mi fa anche le unghie mentre mi sventola). Allora per Fazio ho sempre nutrito sentimenti ambivalenti. Mi è sempre piaciuto “che tempo che fa”, ho conosciuto personaggi, scrittori, registi, filosofi ecc ecc che magari non avrei altrimenti scoperto. Concordo più o meno con il pensiero di base. Adoro la Littizzetto. Tuttavia non ho mai tollerato quello snobismo spocchioso che è sempre un po’ strisciante.

Tornando alla puntata di ieri sera, Fazio fa un introduzione con lui che adora andare a fare la spesa al supermercato perché gli dà sicurezza, deride a modo suo i negozi di quartiere (gli alimentari) e poi si scaglia contro chi fa la spesa online mentre è a un meeting o in palestra perché toglie semplicità e naturalezza, che poi sono i presupposti della felicità.

Allora caro Fazio, penso che se tu avessi uno stipendio medio, un lavoro normale, pochi aiuti in termini di collaboratori e baby sitter vari, problemi di parcheggio, di scadenze da ricordare, di fisico o peso da mantenere, odieresti andare a fare la spesa in quegli squallidi centri commerciali che poi non hai mai le buste dietro e se hai quelle non hai la moneta per il carrello e se per un caso hai entrambe hai dimenticato a casa il portafoglio e te ne accorgi alla cassa; e devi lasciare la macchina lontanissima che poi non ti ricordi mai dove l’hai messa e vaghi per ore con il carrello che non si sa perché vira sempre tutto da una parte; e dove comunque sei costretto a recarti ad orari improbabili, prima di prendere i figlioli se uno ce l’ha, o di andare dai genitori da accudire per alcuni, e odieresti ritrovartici stanco e sfatto quando mori di fame appena uscito dal lavoro che poi ti ritrovi anche a comprare le salsicce farcite di nutella. Ameresti i negozietti di quartiere soprattutto i miei che mi portano tutto (pur di sopravvivere, bilateralmente intendo). E soprattutto daresti un rene per avere la possibilità di fare la spesa online con uno che ti porta a casa 6 casse d’acqua e una vagonata di prodotti per pulire e carta igienica (e assorbenti ovviamente) perché , mentre tu te ne vai a fare il tuo sport preferito per rilassarti in montagna, dosato sapientemente nello sforzo e nel riposo secondo metodiche zen, altri sono acciaccati da dolori vari e è già tanto se riescono a prendere del brufen in farmacia. Per cui risparmiaci il predicozzo sulla spesa online e, soprattutto, lascia perdere il concetto di felicità. Non parlo di me che prima o poi avrò il mio sventilatore personale. Parlo di chiunque. Perché spesso il concetto di felicità , mio caro Fazio e compari radical chic, può variare notevolmente da persona a persona…

Certo poi, invita Frassica (un genio della comicità, io lo potrei sposare!!!) che dice “io in Corea ci sono stato .. A fare un corso di Coreografia” e gli perdono tutto…